“Stazzuna” e “stazzunara” sono termini del dialetto siciliano ormai così in disuso da diventare sconosciuti ai più, eppure raccontano di una tradizione antichissima che ancora oggi resiste

Tipico “stazzuna” siciliano

Lungo i greti dei fiumi e dei corsi d’acqua da sempre in Sicilia si trovano numerosi giacimenti di ottima creta. I siciliani hanno per secoli saputo sfruttare questo “tesoro” della loro terra per le molte necessità delle proprie case e dell’uomo. Così sin da epoche remote, il panorama di molte località siciliane era caratterizzato dalla presenza degli stazzuni, grandi capanne situate vicino alle cave di creta.

Pare che il nome sia di derivazione latina: statio, bottega. “Stazzuna” e “stazzunara”, sono termini del dialetto siciliano ormai così in disuso da diventare sconosciuti ai più.

Negli stazzuna si fabbricavano e si cuocevano mattoni, tegole, pantofoloni, mattoni bucati, tubi per gronde, per scarichi, ed ancora pentole, vasi, lumi, orci e giare. Tutti oggetti in creta che non mancavano in nessuna casa fino a alcuni decenni fa. Ma quella produzione aveva un effetto collaterale: il fumo che producevano gli stazzunara “avvolgeva di una cappa funesta nera ed intensa l’intero paese”, come ricorda ancora qualche anziano siciliano.

Ma in genere le botteghe di questi artigiani si trovavano fuori dalla mura cittadine, comunque distanti. Ma non sempre. A Palermo, ad esempio, diverse fabbriche esistevano in quella che attualmente si chiama via Stazzone, tra via Oreto e via Guadagna, quindi in un quartiere molto popolato, dove avevano una propria Confraternita, sorta nel 1700 come Compagnia degli Artisti e Mastri Stazzonari, sotto il titolo della Santa Spina.

Molti artigiani si tramandavano il mestiere e i segreti da pa­dre a figlio e dalle loro mani uscivano centinaia di pezzi al giorno.

I guadagni erano buoni, ma molto dipendeva dalla perizia del mastro e dagli eventi eccezionalmente favorevoli delle condizioni atmosferiche. Un antico proverbio siciliano diceva: “Arti di crita misira e minnica, ma, si ti ‘nzerta, ti vesti di sita”.

Ecco come si svolgeva in genere l’attività: “impattata e curata dai garzoni, la creta viene lavora­ta dall’artigiano, che, con l’aiuto dell’acqua e di un pez­zetto di legno o di latta, rudimentale stecca, definisce il pezzo, e vicino, attorno e dentro lo stazzuni troviamo sem­pre lunghe distese di tegole, vasi e mattoni che, asciu­gati al sole, sono pronti per la cottura.

Questa vien fatta in larghe e profonde buche sprofondate nella terra, co­stituenti il forno che occupa più piani del locale in mo­do si possa bene alimentare e governare dal basso il fuoco.

Tale forno, vasto per quanto sia, viene completa­mente riempito di pezzi, collocati a graticcio, per ben far circolare il calore, e, dopo averne murata la bocca con un impasto di terra e gesso, si accende. Il combustibile preferito è la ramaglia secca, che dà calore calmo ed egualmente crescente, e grandi cataste se ne trovano nelle adiacenze degli stazzuna” (la descrizione è dello scultore e artigiano palermitano Benedetto De Lisi).

Al centro dello stazzuni dominava il tornio: una ruota di legno che mossa col piede dall’artigiano fa girare un disco ove si mette la creta per fabbricare tutto quanto ed è di forma circolare. Gli oggetti più rifiniti erano decorati e smaltati e ancora oggi possiamo ammirarli in diversi Musei siciliani.

Dall’attività degli stazzunari derivano termini del dialetto siciliano, come torniu, fossa, funnacazzu, zarbàta, furnu, burgiu, sìastu, chiana, buffetta, gammitta, giurlànna, parmarizzu, quartàra, baccareddra, lemmu, silletta, tumazzìari, scuttizzi e molto molto altro ancora in un crescendo stupefacente di immagini e colori.

Quest’arte in Sicilia brillò soprattutto nei secoli XVII e XVIII. Quando, grazie a valenti figuli, la ceramica siciliana s’impose all’attenzione di molti, non solo in Italia. Fabbriche di mattoni a smalto, vasi o altro prospera­rono a Palermo, Trapani, Sciacca, Burgio, Caltagirone e Caltanissetta.

A Caltagirone si possono ancora ammirare le figurine plasmate dalle mani della locale famiglia Bongiovanni Vaccaro, che iniziò ad operare nel 1772. Celebre fu Giacomo Bongiovanni, capostipite della dinastia, che apri la sua bottega alla “ex Matrice” (quartiere in cima alla monumentale Scala di Santa Maria del Monte) nel 1794 e che “vestì” i suoi pastori con panneggi realizzati “in finissimi fogli d’argilla, tagliati e sistemati nella cruda creta con minuziosa maestria, arte questa imparata nella bottega del padre, sarto”.

Ma si tratta solo di uno dei valenti mastri dell’arte della creta siciliana che furono anche straordinari presepisti.

Le botteghe dell’Isola producevano mattoni stagnati che s’adoperano su vasta scala per belle pavimentazioni. Già nel Cinquecento il paese di Burgio, in provincia di Agrigento, divenne un importante centro di riferimento nella produzione pavimentale. Ma qui possiamo fare solo pochi esempi.

In anni recenti gli oggetti di plastica soprattutto hanno soppiantato per la loro praticità e per il prezzo i prodotti siciliani artigianali di terracotta.